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# Dal giardino paesaggistico al parco pubblico
# Dal giardino paesaggistico al parco pubblico

di Massimo Ambrosetti, scrittore | 

Ogni storia dei giardini evidenzia le caratteristiche opposte dello spazio verde barocco rispetto al giardino all’inglese. Se prendiamo come esempio la Versailles di Le Nôtre notiamo immediatamente che nel giardino all’inglese viene a mancare lo stile enfatico, teatrale, artificiale tipico del barocco. Lo sostituisce una nuova estetica che valorizza l’intervento discreto, la semplicità dell’ornamento, l’eliminazione dei confini visibili, la natura come valore in sé.

Fonte di ispirazione del giardino all’inglese è la pittura paesistica di Claude Lorrain, di Nicolas Poussin, di Salvator Rosa. Questi artisti, che operano a Roma nella seconda metà del Seicento, creano un linguaggio del tutto nuovo. Nel lessico estetico compare la nozione di “pittoresco“ ad indicare una rappresentazione pittorica dove il paesaggio, la veduta, il panorama diventano soggetto. William Kent (1685-1748) è tra i primi inventori del giardino all’inglese (Stowe Landscape Gardens, Rousham House). Aborrisce ed elimina le linee dritte ma introduce ancora motivi decorativi tratti dal repertorio dell’antichità classica per produrre l’effetto sorpresa. In questa prima fase che inizia verso il 1730 laghetti, ponti, templi in miniatura, testimoniano di un gusto per la reminiscenza del glorioso passato greco-romano. La stessa predilezione di questi architetti paesaggisti preromantici la si riscontrerà a breve nei confronti del mondo medioevale con citazioni neogotiche che fanno la loro apparizione nell’architettura, ad esempio, di Horace Walpole (Strawberry Hill House, 1749). In un secondo momento Lancelot Brown (1716-1783), che inizia a Stowe House alle dipendenze di Kent, introduce ampi spazi erbosi dolcemente ondulati, gruppi di alberi e stagni con molteplici insenature. Oltre ai giardini reali di Windsor e Hampton Courts gli furono affidati incarichi in oltre 150 proprietà riguardo alle quali egli sosteneva che vi fosse “capability for improvement” (possibilità di miglioramento), ciò che gli valse il soprannome di Capability Brown.

Ritorniamo un attimo con la memoria al giardino medioevale | Quel microcosmo ad immagine dell’Eden racchiuso e protetto entro alte mura; e poi pensiamo dapprima all’allargamento dei confini segnati dai fondali architettonici del giardino rinascimentale; osserviamo in seguito l’estensione della superfice del parco barocco e l’allontanamento del confine pur sempre ben visibile tra la natura addomesticata e la natura selvaggia; e infine arriviamo alla sostituzione di muri, siepi, fondali, fronti alberati con fossati che, pur rimanendo un confine fisico, rimangono invisibili nella veduta paesaggistica creata dal giardino all’inglese. In questo spostamento fisico ed estetico dei confini, ha suggerito Leonardo Benevolo, possiamo leggere una tendenza di lunga durata che inizia con le osservazioni astronomiche di Keplero e Galileo. L’uomo medioevale perde il suo posto al centro dell’universo i confini del quale si perdono ormai nell’infinito, quell’infinito che l’uomo moderno tenta di catturare con il calcolo, con l’osservazione della natura e anche nella sua imitazione tramite l’arte del giardinaggio¹. Le rivoluzioni borghesi dell’Ottocento pongono i presupposti sociali di un interesse pubblico agli spazi aperti di evasione e di ozio. Spazi ad uso pubblico ne erano esistiti anche nell’antichità greca, giardini presso santuari, templi, palestre all’aperto (ginnasi). Si trattava di aree annesse a strutture architettoniche destinate alla funzione religiosa, alla cultura fisica o intellettuale come il famoso Giardino, nome della scuola di Epicuro. Non avevano quindi, quale destinazione prioritaria, il piacere dello svago e dell’ozio. Lo stesso vale per i campi comuni nel medioevo che potevano fungere da spazio ricreativo ma erano principalmente destinati al commercio praticato nelle fiere.

¹ Leonardo Benevolo, La cattura dell’infinito, Laterza, Roma-Bari 1991.

I giardini rinascimentali, barocchi e i primi giardini paesaggistici erano pensati per lo svago | Erano sempre annessi a ville o castelli e solo in casi particolari venivano aperti ad un pubblico selezionato, sovente viaggiatori stranieri di passaggio che ne usufruivano anche in assenza dei proprietari. L’affermazione politica della borghesia e l’aumento crescente di una classe media conduce ad un interesse generalizzato per l’uso pubblico di spazi verdi all’interno della città. Questi spazi pubblici vengono inizialmente ricavati in alcuni casi dall’abbattimento delle fortificazioni come a Vienna con il suo famoso Ring. Oppure si adattano i giardini di antiche ville patrizie ormai fagocitate dallo sviluppo urbano. Come vedremo questo è il caso, all’inizio del XX secolo, del Parco Ciani di Lugano. Infine gli spazi verdi diventano elemento primario della progettazione urbanistica. Il progetto napoleonico di ristrutturazione di Piazza del Popolo e di riordino di un vasto giardino sul colle del Pincio a Roma, affidato ad Antonio Canova (1757-1822) e a Giuseppe Valadier (1762-1839) è tra i primi esempi di apertura di spazi destinati a fruitori di ogni classe sociale in cerca di puro svago. Sempre nei primi anni dell’Ottocento, i progetti per Foro Bonaparte a Milano, ai quali partecipa anche il luganese Luigi Canonica, si iscrivono alla medesima tendenza. Quest’ultimo realizzerà il grande Parco Reale di Monza, oggi polmone e sfogo pubblico di un’area particolarmente congestionata, coniugando il giardino paesaggistico ad ampi spazi dedicati alla ricerca agronomica.

In Inghilterra è Joseph Paxton il pioniere di questa sperimentazione politica ed estetica | Nel 1844 lancia un progetto di finanziamento pubblico per il parco di Liverpool che conterrà terreni da gioco, padiglioni per esposizioni, una biblioteca, e naturalmente percorsi differenziati per pedoni e carrozze. Negli Stati Uniti Frederick Law Olmsted (1822-1903), autore insieme a Calvert Vaux del progetto del 1857 di Central Park a New York, anticipava interessi attualissimi, prodigandosi per la formazione di parchi nazionali e per la tutela dell’ambiente.

Anche a Lugano, come accennato, troviamo un buon esempio di giardino paesaggistico divenuto spazio verde ad uso pubblico | Il Parco Ciani nasce a metà dell’Ottocento come parco privato della villa degli omonimi fratelli. Acquistato dalla città nel 1912, presenta caratteri diversi tipici di una realizzazione di quell’epoca, ossia in cui il sincretismo degli stili è dominante. Davanti alla villa squisitamente neoclassica, su di un prato verde prospicente il lago, si esprimono i giardinieri della città con disegni sempre nuovi e fantasiosi di aiuole fiorite. Ad est si aprono spazi erbosi coronati e punteggiati da alberi e arbusti alcuni dei quali esotici e rari alle nostre latitudini. Oltre la darsena dalle aperture neogotiche si apre un’area che richiama i principi naturalistici promossi da Paxton e da Olmsed. L’impressione boschiva e famigliare che la sapiente mano dell’architetto paesaggista fa sembrare del tutto naturale è dovuta alla popolazione arborea autoctona composta da querce, tigli, platani e aceri. Non troviamo tempietti né altre reminiscenze romanticheggianti bensì alcune sculture di notevole pregio tra cui spiccano il Socrate morente di Markus Antokolski e la Desolazione di Vincenzo Vela. Infine va detto, a titolo di merito dell’amministrazione della città, che questo spazio pubblico di grande pregio viene sovente utilizzato per esposizioni temporanee di opere scultoree di artisti contemporanei. © Riproduzione riservata

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